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FALLANI / VENEZIA

Incontro con Gianpaolo Fallani nello storico laboratorio di SERIGRAFIA




19 Gennaio 2019


Oggi con la “troupe” di LAB 43 For Print ci siamo incamminati in direzione Fondamente Nove, versante nord della laguna di Venezia.

A pochi passi da Campo dei Gesuiti, civico 4875, ha sede la storica Serigrafia Fallani Venezia, punto di riferimento locale ed internazionale della Grafica d’Arte da oltre 50 anni.

Ad aprirci la porta con un sorriso è Chiara Masiero Sgrinzatto, assistente di uno dei pochi stampatori rimasti nell’isola: Gianpaolo Fallani, figlio di Fiorenzo Fallani ed erede del “mestiere” del padre. Siamo accolti nel suo laboratorio dove negli anni sono passati più di 200 artisti e sono state realizzate oltre 1.000 opere di grafica d’arte.


Il luogo che ci ospita impone qualche momento di involontario silenzio; lungo la più alta delle pareti si vedono gigantografie in bianco e nero del maestro al lavoro al banco da stampa, alla vasca di sviluppo, all’essiccatoio e abbassando lo sguardo gli occhi si posano su quegli stessi strumenti, su cui la luce piove dagli abbaini di un piano terra scosceso come solo in questa città si può concepire. Muovendosi nello spazio, girando intorno ai banchi da lavoro e alle colonne corinzie che sorreggono le arcate sopra le nostre teste, si scorgono grafiche appese qua e là, dove il lavoro del padre si alterna a quello del figlio, senza uno stacco troppo netto. Quello che vediamo è solo una piccola parte delle stampe raccolte nell’archivio, che vanta - tra i tanti - i nomi di Pomodoro, Guttuso, Schifano e di artisti locali come Gianquinto, Vedova, Plessi e il disneyano Giorgio Cavazzano.


Fiorenzo Fallani ha colto le trasformazioni estetiche e tecnologiche che negli anni ’60 iniziavano a circolare in Italia nel campo della grafica e ha saputo rivisitare il concetto di serigrafia mettendolo al servizio degli artisti. Interprete del lavoro dei suoi clienti, ha sperimentato insieme agli artisti immagini nuove, dove le potenzialità di questa tecnica concedono di rielaborare la poetica di un’opera piuttosto che di trarne mera riproduzione meccanica.

Con Gianpaolo Fallani abbiamo fatto una lunga chiacchierata, approfondendo la storia della stamperia e ponendoci delle domande su quello che sarà il suo futuro, consapevoli di essere in un mondo in “evoluzione” e in cui la concezione stessa di immagine, prima che di grafica, è molto distante dal punto in cui suo padre era partito.



F.M. La prima domanda che vorrei farti è volta a conoscere tuo padre. Chi era Fiorenzo Fallani?

G.F. Fiorenzo Fallani è stato un serigrafo, naturalizzato veneziano, nato a Firenze nel ’34. Da giovane ha lasciato gli studi ed ha iniziato a lavorare in una bottega dove stampavano manifesti per il cinema. Da lì, quando aveva circa 25 anni, è stato chiamato dai padri Armeni di Venezia per lavorare nella tipografia che allora c’era nell’Isola di San Lazzaro. Qui era caporeparto del gruppo e si occupava della fase di pre-stampa in fotolito.

Qualche anno dopo ha aperto un suo laboratorio di zincografia, ossia di preparazione dei cliché in zinco, sempre per la stampa tipografica. Ha cominciato quella che era la prima produzione in quadricromia per la stampa qui a Venezia e questo è stato il suo - e il nostro - lavoro fino ad una quindicina di anni fa. Con l’evoluzione delle tecniche digitali l’attività di fotolito è stata assorbita da studi grafici e tipografie e l’azienda, oggi Gruppofallani (che ormai da ha sede nell’entroterra veneziano), si è adattata ai cambiamenti spostando il suo business sulla stampa digitale e sull’allestimento museale.

Papà ha mantenuto qui a Venezia il laboratorio di serigrafia che aveva aperto nel ’68, quando ad una fiera aveva scoperto questa tecnica e se ne era “un po’ innamorato”, come era solito dire. In realtà già lavorava con gli artisti perché essendo l’unica fotolito qui a Venezia, in molti venivano per stampare i cataloghi e i manifesti delle mostre in città. Venezia è sempre stata fiorente di gallerie d’arte, per cui c’era un giro di artisti e galleristi molto ampio e quindi anche molta produzione di stampa per gli artisti.


Fiorenzo Fallani al lavoro con l'artista Mario Deluigi nel 1974

F.M. Quando dici che tuo padre ha scoperto questa tecnica in una fiera è perché al tempo la serigrafia in Italia non era molto conosciuta?

G.F. La serigrafia era conosciuta a livello industriale già da diversi anni. A livello artistico era stata sdoganata alla fine degli anni ’50 da Andy Warhol negli Stati Uniti e qua in Italia aveva cominciato a circolare, anche se negli anni ’60 era ancora piuttosto sconosciuta. Lui, che aveva già una formazione legata all’immagine e all’arte per il lavoro che aveva svolto con gli artisti, era riuscito a coglierne il potenziale e collegandosi al suo modo di riprodurre immagini per la stampa ha avviato un nuovo laboratorio.


F.M. Da quando è aperto questo spazio?

G.F. Questo spazio è aperto dal ’73. Quindi è un bel po’ di tempo che siamo qui.


F.M. Leggevo dell’esperienza di tuo padre in Biennale…

G.F. L’esperienza in Biennale è stata sicuramente importantissima. Lui ha aperto il primo laboratorio nel ’68 e nel ’70 la Biennale di Venezia ha allestito all’interno del Padiglione Italia un padiglione sperimentale di grafica. Tutto il piano terra era occupato da un grande laboratorio dove c’erano torchi per l’incisione, torchi litografici, attrezzatura serigrafica e una primissima stampante Xerox. Quando si sono trovati ad inaugurare la Biennale invitando gli artisti a lavorare, nessuno faceva serigrafia. L’incisione era una tecnica a cui gli artisti erano abituati e potevano lavorare in modo indipendente, ma la serigrafia raramente non necessita del tecnico serigrafo. Fiorenzo è stato così contattato per seguire giovani artisti come Licata e Plessi durante tutto il periodo della Biennale: partiva la mattina con i telai preparati la notte nel suo laboratorio, li caricava in barca e poi stampava in Biennale tutto il giorno…c’è da dire che in quegli anni la Biennale non durava sei mesi come oggi!


F.M. Forse è stato questo il “trampolino di lancio” della sua carriera?

G.F. Sicuramente è stata un’esperienza molto importante. In quest’occasione ha anche conosciuto un artista americano, William Weege, che esponeva al Padiglione Americano e che dopo la Biennale si è fermato un anno e mezzo a lavorare qua a Venezia al laboratorio con papà. È stato indubbiamente un momento molto importante, un rapporto di profondo scambio e insegnamento reciproco.



Fiorenzo Fallani al lavoro con alcuni artisti al Padiglione Sperimentale di Grafica della 35° Biennale d'Arte di Venezia nel 1970


F.M. L’archivio Fallani ad oggi è ben fornito, leggevo che ci sono più di mille opere.

G.F. L’archivio è completo e raccoglie tutto quello che è stato prodotto da papà dal 1968 al 2010. Sono più di mille grafiche realizzate per più di duecento artisti.


F.M. C’è qualche altro artista o qualche lavoro dall’archivio che tu ricordi quasi come un aneddoto o un’esperienza particolare?

G.F. Non saprei…io ho sempre vissuto qua dentro ed ho vissuto l’avere a casa degli artisti come fosse la normalità.


Martin Bradley, "Oriente", 1993

F.M. Tu sei cresciuto in una stamperia di fatto, ma il tuo ingresso operativo nel laboratorio quando è stato?

G.F. Io sono cresciuto in questo laboratorio, poi l’azienda anni fa si è trasferita in terraferma con la produzione, della quale mi sono sempre occupato. Alla fine del 2012 ho deciso però di tornare a Venezia per dedicarmi alla serigrafia e ho cercato di riprendere i contatti con gli artisti e fare qualcosa perché potessero tornare qui a lavorare.


F.M. La domanda critica è proprio questa: che cosa è cambiato dagli anni ’70 o dai due decenni successivi?

G.F. Diciamo che dagli anni ’70, ’80 e ’90 è venuta meno la committenza. Manca chi commissiona la tiratura di un artista. Guardo Venezia e anche solo sfogliando l’archivio di papà trovo l’edizione del Cavallino, l’edizione del Naviglio, edizioni per le gallerie, edizioni per l’Agip, per l’Enel, per le fondazioni bancarie … ecco, tutte avevano alle spalle un editore, qualcuno che commissionava. Adesso tutto questo è totalmente scomparso. Le gallerie nel novanta per cento dei casi sono degli spazi che vengono affittati agli artisti per esporre e le fondazioni bancarie hanno perso quasi totalmente la funzione da “mecenate” che avevano. Bisognerebbe ritrovare questi canali di distribuzione, soprattutto in Italia.


F.M. Infatti, è già paradossale fare questo discorso a Venezia che è stata per più di tre secoli il primo centro europeo per la produzione di stampe, ma al di là di dove ci troviamo ora, l’Italia in generale è tanto esclusa da questo tipo di sensibilità.

G.F. Sicuramente. Se guardi, tutte le fiere o le Biennali di Grafica sono all’estero, soprattutto est e nord Europa. La serigrafia continua comunque ad essere considerata una tecnica “minore”, anche rispetto all’incisione, forse perché, non avendo l’artista un controllo diretto sulla produzione, si pensa possa essere meno personale, ma non è così. Tra l’altro la serigrafia che si fa qua non prevede l’intervento manuale del serigrafo, è fotografica e fotomeccanica per cui ogni segno che si legge sulla grafica é un segno dell’artista, ed ogni grafica che realizziamo è riconoscibile per l’artista stesso e non per la tecnica o per lo stampatore che l’ha realizzata.



Fairy Shepard, "Venezia", 2009


F.M. Quello che si legge all’interno del vostro lavoro - e che si distingue dalla serigrafia intesa come riproduzione meccanica di un’opera - è che al di là del mezzo tecnico c’è uno studio dell’immagine, una sorta di interpretazione.

Io penso che tuo padre, ma anche tu, cerchiate di entrare nel lavoro di un artista.

G.F. Certo, il rapporto che si crea con un artista è fondamentale per capire dove puoi spingerti e cosa proporre per soddisfare un suo desiderio. L’idea di utilizzare la serigrafia per riprodurre qualcosa tale e quale è poco interessante, credo anche per l’artista. Specie in questi anni in cui la stampa digitale offre strumenti di riproduzione di altissimo livello. Ma se vuoi fare una grafica usi uno strumento dove la tecnica scelta viene esaltata e dove però l’artista si deve pienamente riconoscere, la cosa importante è questa. Se guardi le grafiche che ci sono qua non le identifichi come una “serigrafia di Fallani”, ma vedi un’opera di Bro, un’opera di Schifano, perché la presenza di un artista è totale. La tecnica non sovrasta, non omologa il risultato, ma anzi, ne valorizza le peculiarità a seconda dell’artista.


F.M. E’ possibile che forse in questo periodo ci sia un avvicinamento da parte degli illustratori rispetto ad altri artisti?

G.F. Da sempre in realtà, ma oggi l’illustrazione ha una sua identità che magari un tempo non era chiara perché c’era sempre una questione aperta su chi fosse l’illustratore: un artista? Un fumettista? Oggi l’illustratore comincia ad avere un’identità riconosciuta e la serigrafia per una buona fetta di essi è strepitosa. Gli illustratori hanno una mentalità predisposta ad accoglierne ed esaltarne le peculiarità, la secchezza del segno, la potenza delle campiture di colore.


F.M. Che cos’è per te oggi la serigrafia e “dove sta andando”?

G.F. La serigrafia oggi è una splendida tecnica di stampa che potrebbe trovare, a mio avviso, una nuova giovinezza ed una diffusione maggiore.


F.M. Proprio in questi giorni stavamo ragionando sui supporti dell’immagine e della parola e le relative incoerenze che si generano quando una cosa esiste solo fino a quando un dispositivo elettronico è acceso. Com’è un’immagine stampata - o con una propria fisicità - rispetto un’immagine digitale? Resiste ancora la carta?

G.F. Sì, la carta resiste e probabilmente tornerà. ….


F.M. Qual’è invece il futuro della serigrafia Fallani?

G.F. La serigrafia Fallani sta per chiudere il capitolo su questo luogo che fino ad oggi l’ha ospitata. Tra un paio di mesi questo spazio non ci sarà più. Speriamo di trovare presto un nuovo luogo dove voltare pagina e ricominciare. Non so ancora come e dove, ma confido che si riesca a trovare anche una nuova strada di produzione per il laboratorio.


F.M E noi ti auguriamo ogni cosa!






a cura di LAB 43 for Print,

testo di Federica Montesanto,

videomaking di Stefano Mancini,

fotografie di Marco Trentin e su gentile concessione di Fallani / Venezia



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