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COS'È TABLET?

Aggiornato il: 1 apr 2019

di Federica Montesanto



TABLET

/ˈtæb.lət

1. a small, solid piece of medicine;

2. a thin, flat, often square piece of hard material such as wood, stone, or metal;

3. a small, flat computer that is controlled by touching the screen or by using a special pen *

* cit. Cambridge Dictionary



Prima che qualche lettore si ponga la domanda se questa pagina sia o meno l’estratto di un giornale cartaceo reperibile in edicola o per abbonamento, precedo subito con la risposta: no.

TABLET è un opuscolo digitale la cui più prossima familiarità con un documento tabloid è il suo formato pdf.

Non si condanni questa dimensione per la sua impalpabilità a fronte della consistenza della carta patinata, ma si colga il potere della sua accessibilità come un dono. Un regalo che Mèdisin vuol fare ai lettori.

Il desiderio di Mèdisin è quello di offrire una lettura d’intrattenimento gratuita alla cui libera consultazione si possa accedere attraverso il sito ufficiale dell’azienda (www.medisin.it): all’interno della pagina "TABLET"- IL NOSTRO BLOG, oltre all’immediata lettura on line, per gli utenti registrati si trova una versione scaricabile con una veste grafica che rende grazie al concetto di rivista stampata.

L’obiettivo per Mèdisin è quello di proporre a medici, informatori e agenti - oltre che ad un pubblico più vasto di addetti ai lavori - un momento di svago culturale e aggiornamento professionale. TABLET è infatti dedicato alla raccolta di dossier ricercati in campo di produzione artistica e di articoli di informazione scientifica.

Gli svariati elementi che si interpolano nella volontà di scrivere e comunicare, rispecchiano la filantropia di coloro che, in un’azienda, appaiono solitamente irretiti dal gelido incanto dei file excel.


Nella ricerca quindi di fare una sintesi delle diverse componenti che danno forma a questo progetto mediale, pensavo a come il titolo dovesse essere un valido supporto al desiderio di trasmettere ai neo-lettori un’indicazione immediata ed esauriente del contenuto.

Fissandomi sulla figura della pillola, come minuscolo concentrato di essenze utili ad apportare qualcosa in più, giorno dopo giorno, mi rendevo anche conto della retorica di quest’immagine. Difficile creare poi una continuità tra l’identità razionale di Mèdisin e quella nota artistica che, sebbene fuori contesto, appartiene alle persone che ne fanno parte.

Un fortunato e inatteso suggerimento è arrivato - anch’esso fuori contesto - dalla consultazione di un dizionario inglese.

I diversi significati della parola anglofona trovano la congiunzione ideale nel termine stesso: “tablet” è una pillola medicale, un supporto alla scrittura del mondo antico (legno, metallo o pietra) e un supporto di lettura/scrittura del mondo contemporaneo.

In ogni caso è un veicolo di informazioni.

La coincidenza dei significati - che raggiunge poi una coesione naturale nella corrispondenza tra la materia delle prime forme di scrittura e quella delle matrici delle prime immagini riproducibili - pare perfetta per una rivista nata anche con il desiderio di riportare l’attenzione a quei linguaggi che come strumento di diffusione della conoscenza, hanno prodotto nei secoli un modo "materiale" di comunicare.


Una pagina dell'Hypnerotomachia Poliphili di Francesco Colonna, edita da Aldo Manuzio a Venezia nel 1499

Linguaggi che potremmo definire “fluttuanti” se pensiamo a come i corsi d’acqua abbiano storicamente permesso alle informazioni di scorrere e di connettere i centri nevralgici di produzione culturale. Cito non a caso Venezia, con il suo corpo venoso e il suo sistema circolatorio: un punto fermo tra i flussi eurasiatici, che dal Rinascimento alla caduta della sua Repubblica è stata “porto dell’Umanesimo” e fucina della stampa. E ripeto: cito non a caso Venezia anche perché la storia di Mèdisin e della sua componente umana ha origine esattamente nel ventre dell’isola. A questo luogo e ad alcune riflessioni sulla comunicazione è dunque dedicata la raccolta degli articoli di questo volume. Perché? In termini aziendali, per parlare di marketing!



Xilografia del XIV secolo, un torchio Gutenberg in funzione alla stampa

Torniamo mentalmente alle tecnologie di riproducibilità che dai tempi della rivoluzione tipografica di Gutenberg alle litografie dei più recenti esemplari grafico-editoriali stampati a mano, hanno definito la storia del nostro modo di replicare e distribuire il pensiero fino al XX secolo. Prima del mezzo virtuale di cui in questo stesso istante chi scrive e chi legge sta facendo uso, il mondo della comunicazione era di fatto estremamente fisico e la ricerca di questa tangibilità del verbo poteva forse rassicurare i nostri antenati: del resto “Scripta manent”. Ricordiamo però come in un tempo ancora più antico la diffidenza dalla parola scritta non fosse una rarità: non gratificava Platone, il quale - sebbene abbia lasciato una traccia grafica delle proprie tesi - sosteneva come questa volgare pratica di trascrivere le orazioni conducesse alla perdita delle facoltà mnemoniche e alla dissoluzione della sapienza. Forse il filosofo non aveva torto, ma lo storico ringrazia il momento in cui l’oralità ha avuto un registro su cui impressionarsi.

Alla parola scritta va però anche affiancata l’immagine, che l’ha preceduta, seguita e sebbene viva di una dimensione autonoma, non l’ha mai abbandonata. La comunicazione visiva rimane alla base della nostra capacità di lettura e affonda nei più primitivi istinti linguistici e rappresentativi.

Tanto ha potuto godere poi l’immagine delle tecniche di riproduzione, da ricavarsi una ben fornita nicchia nell’ambito artistico della Grafica e Stampa d’Arte. Ancora prima di istituire questa definizione di genere, le pratiche orientali del Katazome o del Batik anticipavano, nel loro puro decorativismo, le tecniche di stampa delle immagini moderne (dove moderna viene considerata l’Europa dopo la scoperta delle Americhe), le cui finalità sconfinano dal semplice scopo estetico alla vera e propria narrazione per figure.

Parola e immagine, seppure indipendenti, si riscattano vicendevolmente. Si accompagnano per esplicare, per portare fuori il proprio essere.

Se anche solo volessimo restare nell’ambito della scienza, sono infiniti gli esempi di come l'illustrazione di un trattato di carattere scientifico abbia chiarito i propositi del testo e viceversa. Cosa sarebbero un ricettario o un atlante anatomico se al suo interno non convivessero questi due elementi?


Ma che cosa accade oggi alle immagini e alle parole? Dove finiscono le figure e le frasi che consumiamo ogni giorno? Sul crinale dell'oggettività dei messaggi si sbilanciano in questo momento i miei pensieri; dell'oggettualità potrei dire, dal momento che l'interrogativo che mi pongo (e che pongo) si infila proprio in quella incrinatura che separa l'oggetto concreto e la sua forma definita dall'infinità di forme intangibili che può assumere un concetto nella nostra era.

Lascio ai lettori il piacere di porsi queste domande e di farsi ispirare dai protagonisti e le testimonianze che, tra lettere e immagini, ci suggeriscono dei punti di vista ben precisi.





«Questa conoscenza, o re, renderà gli egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza». (...) La risposta del re non tardò ad arrivare: «O ingegnosissimo Theuth, c'è chi è capace di creare le arti e chi è invece capace di giudicare quale danno o quale vantaggio ne ricaveranno coloro che le adopereranno. Ora tu, essendo padre della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque, tu hai trovato non il farmaco della memoria, del richiamare alla memoria. Della sapienza, poi, tu procuri ai tuoi discepoli l'apparenza e non la verità: infatti essi, divenendo per mezzo tuo uditori di molte cose senza insegnamento, crederanno di essere conoscitori di molte cose, mentre come accade per lo più, in realtà, non le sapranno; e sarà ben difficile discorrere con essi, perché sono diventati portatori di opinioni invece che sapienti»


Platone, Fedro



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